Essere l’amante di un narcisista a Natale. La dinamica dell’attesa, delle promesse e della sparizione
Ci sono relazioni che riescono a reggersi per mesi proprio perché non vengono mai messe davvero alla prova della realtà, relazioni che abitano una zona intermedia fatta di messaggi quotidiani, incontri rubati, promesse differite e una narrazione condivisa secondo cui “le cose sono complicate ma in movimento”.
È una narrazione che consente di tollerare l’ambiguità, di tenere a bada il disagio, di rimandare continuamente il momento in cui ci si dovrebbe chiedere non tanto cosa prova l’altra persona, ma che posto si occupa realmente nella sua vita. Finché la relazione resta confinata in spazi informali, elastici, privi di ritualità pubblica, questo equilibrio precario può persino sembrare sostenibile.
Nel mio lavoro clinico incontro ogni anno, puntualmente, persone che vivono esattamente questa condizione. Non arrivano perché non capiscono cosa stia succedendo, ma perché sentono che qualcosa le sta lentamente consumando pur senza mai rompersi del tutto. Le feste, in questo senso, non creano il problema: lo rendono visibile.
Le feste interrompono l’anestesia. Non perché accada qualcosa di nuovo, ma perché viene meno la possibilità di raccontarsi che nulla sia ancora definitivo. Impongono confini, orari, presenze obbligate, e rendono improvvisamente evidente ciò che durante l’anno può restare sullo sfondo. È come se il tempo stesso cambiasse qualità: non più un tempo fluido, negoziabile, ma un tempo strutturato, che chiede di essere abitato in modo chiaro.
Nel periodo natalizio la relazione clandestina non viene quasi mai chiusa: viene sospesa, ridotta, compressa fino a diventare un sottofondo. Chi si trova nella posizione di amante sperimenta allora una sensazione molto specifica: quella di essere temporaneamente rimossa dalla vita dell’altro per permettere alla “vita vera” di andare in scena senza interferenze. Non si tratta solo di vedere diminuire i contatti, ma di percepire un cambiamento qualitativo nella presenza dell’altro, come se l’investimento emotivo venisse messo in modalità risparmio.
La sparizione che non è una rottura, ma una messa tra parentesi
Durante le feste non avviene quasi mai un taglio netto. Avviene qualcosa di più sottile e destabilizzante: una sparizione progressiva, giustificata, apparentemente inevitabile. I messaggi si diradano, le telefonate diventano brevi, sorvegliate, emotivamente piatte. Cambia il ritmo, cambia il tono, cambia la disponibilità interna dell’altra persona, senza che questo cambiamento venga mai nominato apertamente.
Dal punto di vista clinico, questo non ha a che fare con una semplice difficoltà a scegliere. Molto spesso, quando ci troviamo di fronte a persone con tratti narcisistici, la sparizione temporanea è una strategia di regolazione. Serve a proteggere l’immagine, lo status, l’identità pubblica, il senso di controllo. La famiglia ufficiale occupa lo spazio simbolico e relazionale principale; l’amante viene temporaneamente resa irrilevante, pur continuando a essere emotivamente agganciata.
È qui che la relazione diventa particolarmente violenta sul piano psicologico: non perché finisce, ma perché continua mentre tu scompari.
Le promesse delle feste: plausibili, minimali, sufficienti a tenerti lì
A questa sparizione raramente corrisponde un silenzio totale. Arrivano invece promesse collocate ai margini: dopo mezzanotte, il 26, appena si libera un attimo, anche solo per vederci cinque minuti. Promesse che non parlano più di futuro, ma di sopravvivenza del legame.
Con una persona con funzionamento narcisistico queste promesse non sono casuali. Non servono a costruire qualcosa, ma a mantenere il controllo emotivo sull’altro. Sono tecnicamente plausibili, proprio per non poter essere contestate, e abbastanza piccole da non richiedere una reale assunzione di responsabilità. Non promettono una scelta, promettono una tregua dall’angoscia.
Clinicamente, qui avviene uno slittamento decisivo: l’attesa non è più orientata a una trasformazione, ma diventa una modalità di regolazione emotiva. Si aspetta per non crollare, per non sentire il vuoto, per non affrontare la perdita. Quando l’incontro promesso salta, il dolore non è solo la delusione, ma la sensazione di essersi ancora una volta adattate a un posto simbolicamente povero, ma sufficiente a non far crollare tutto.
La solitudine specifica dell’amante e la vergogna che non si dice
La solitudine che si vive in queste situazioni non ha nulla a che vedere con l’essere single. È una solitudine ambigua, difficilmente condivisibile, perché convive con il legame e proprio per questo viene percepita come meno legittima. Non ci si sente autorizzate a soffrire apertamente, perché “in fondo la situazione è chiara”. Non ci si sente autorizzate a chiedere, perché “è già complicato così”. Non ci si sente autorizzate a essere arrabbiate, perché la rabbia rischia di incrinare l’unico spazio relazionale disponibile.
Durante le feste questa solitudine si intreccia con un confronto silenzioso e doloroso con le famiglie degli altri. Tavole apparecchiate, rituali condivisi, domande apparentemente innocue che diventano ferite aperte: “con chi passi Natale?”. Molte persone raccontano una vergogna muta, non tanto per la relazione in sé, quanto per l’essersi adattate così a lungo a una posizione che costringe a nascondersi, a ridursi, a non esistere pienamente.
Questa vergogna non è morale, è identitaria. Riguarda l’immagine di sé come persona che merita un posto chiaro, visibile, non negoziabile. Durante l’anno questa immagine può essere tenuta a bada; durante le feste torna con forza, perché la marginalità diventa impossibile da ignorare.
La storia della mia paziente Lucia: il tempo che passa senza rendersene conto
Una delle storie che tornano più spesso nel mio lavoro clinico è quella di Lucia (nome di fantasia). Lucia ha 44 anni, è una donna brillante, intelligente, con una carriera solida e una vita che, vista dall’esterno, appare piena e ben strutturata. Da quindici anni è coinvolta in una relazione clandestina con un uomo sposato.
Quindici anni non di attesa passiva, ma di attesa attivamente sostenuta da una narrazione che, anno dopo anno, è sempre sembrata plausibile. L’uomo con cui Lucia è legata è estremamente abile nel costruire scenari credibili: crisi coniugali raccontate nei dettagli, difficoltà oggettive che renderebbero impossibile una separazione immediata, momenti di avvicinamento seguiti da nuovi rinvii. Ogni anno c’è sempre una variabile nuova, un ostacolo che sembra temporaneo, una promessa che non suona mai come una bugia, ma come qualcosa che potrebbe davvero accadere.
Lucia non è ingenua, né fragile, né inconsapevole. È perfettamente in grado di analizzare la situazione, di coglierne le contraddizioni, di vedere che nulla cambia davvero. Eppure resta. Resta perché ogni rinvio è logicamente argomentato, perché ogni promessa è inserita in un racconto coerente, perché l’uomo dall’altra parte è abilissimo nel mantenere vivo il legame senza mai trasformarlo in una scelta reale.
Ogni anno, però, arriva Natale. Ed è lì che Lucia vive quello che lei stessa definisce “il crollo della bolla”. Durante le feste, l’uomo diventa improvvisamente irraggiungibile, emotivamente piatto, totalmente assorbito dalla sua vita ufficiale. È in quei giorni che Lucia sente con chiarezza il peso del tempo che passa, non in astratto, ma nella forma concreta degli anni che scorrono identici, con le stesse promesse, gli stessi rinvii, lo stesso posto marginale.
“Cinque minuti dopo mezzanotte”, mi disse una volta, “come se quello fosse il massimo spazio che posso occupare nella sua vita”. In quella frase non c’era rabbia, ma una lucidità dolorosa: quella che arriva quando non si scopre qualcosa di nuovo, ma si è costretti a vedere fino in fondo ciò che si è sempre saputo. Natale, per Lucia, non è solo un momento difficile: è il punto in cui la dissonanza diventa insostenibile e la realtà si impone, prima di essere nuovamente anestetizzata nei mesi successivi.
Gennaio: quando tutto riparte e nulla è cambiato
Poi arrivano i giorni dopo. Quel tempo sospeso che va dalla fine delle feste all’inizio dell’anno nuovo, quando la vita riprende e con essa riprende anche la relazione. I messaggi tornano, il tono si scalda, l’altra persona sembra di nuovo disponibile. A volte arriva persino una sorta di riconoscimento implicito del dolore provato: “lo so che è stato difficile”, “mi sei mancata”, “ora possiamo stare un po’ noi”.
Con persone con funzionamento narcisistico questo momento è particolarmente insidioso, perché consolida il legame proprio quando avrebbe potuto incrinarsi. La sofferenza delle feste viene riletta come un’eccezione, come qualcosa di legato alle circostanze, e così il ciclo può ricominciare. La lucidità emersa a dicembre viene neutralizzata dal ritorno della relazione, che funziona come un potente anestetico emotivo.
Le feste, allora, non sono solo un momento difficile: sono un punto di verità che si ripresenta sempre uguale. Una verità che mostra la struttura reale della relazione e il posto che si occupa al suo interno. È questa ripetizione annuale, più che il dolore acuto, a consumare lentamente chi la vive.
La perdita silenziosa del futuro immaginato
C’è però un livello ancora più profondo che spesso emerge proprio dopo l’ennesimo Natale, ed è il più difficile da nominare: la perdita progressiva del futuro immaginato. Non una perdita improvvisa, ma un logoramento lento, quasi impercettibile, che avviene mentre la relazione continua formalmente a esistere.
All’inizio il futuro è vivido. È fatto di immagini, di scene possibili, di una vita che “prima o poi” prenderà forma. Con il passare degli anni questo futuro non scompare di colpo, ma si restringe. Diventa più vago, più prudente, meno abitabile. Si smette di immaginare grandi cambiamenti e ci si adatta a piccoli spostamenti, a promesse minime, a segnali sufficienti a non sentire di aver investito invano.
Clinicamente, questo è uno dei passaggi più delicati, perché segna il momento in cui la persona inizia ad adattare i propri desideri alla struttura della relazione, invece di interrogare la relazione alla luce dei propri desideri. Il futuro non viene più progettato, ma continuamente rinviato. Non viene perso in modo traumatico, ma lentamente svuotato.
Una riflessione finale, dalla mia esperienza clinica
Dal mio punto di vista clinico, la cosa più devastante di queste relazioni non è il dolore di un singolo Natale, ma l’effetto cumulativo del tempo. Vedo persone intelligenti, sensibili, capaci, che finiscono per dare in pasto anni, a volte decenni, della propria vita a uomini o donne che, di fatto, non avranno mai né la volontà né la capacità di scegliere davvero.
Quando si è invischiati in queste dinamiche, il tempo smette di essere percepito come qualcosa che passa. Diventa una promessa implicita: prima o poi. Ma la verità, per quanto dura, è che in molte di queste storie il “prima o poi” non arriva mai. E nel frattempo la vita scorre, le possibilità si riducono, il futuro immaginato viene lentamente consumato.
La vita è una sola. E varrebbe la pena viverla accanto a qualcuno che ci sceglie ogni giorno, che ci mette al primo posto, per cui passare le feste insieme non è un problema da gestire, ma il desiderio più naturale che ci sia.