Carolina Bertolaso Psicologa

Gaslighting clinico: Quando lo psicologo minimizza, distorce o non crede alla tua esperienza

Davvero troppo spesso incontro persone che arrivano in terapia convinte di essere sbagliate, profondamente difettose nel modo in cui sentono, reagiscono, amano, pensano. Arrivano dicendo frasi come “sono dipendente affettiva”, o “sono borderline”. Questa convinzione a volte nasce dalla relazione patologica che hanno attraversato, ma spesso è il risultato di un percorso di cura fatto di incomprensioni, diagnosi affrettate e spiegazioni che, invece di restituire senso, hanno progressivamente tolto loro realtà e dignità.

Credo che parlarne sia importante, perché troppe persone vivono sulla propria pelle le conseguenze di un incontro terapeutico che invece che curare acuisce in chi si affida quelle stesse convinzioni che mantengono intrappolati in un legame traumatico.

Che cos’è il gaslighting medico e perché colpisce in modo particolare chi vive legami traumatici

Quando parlo di gaslighting medico in ambito psicologico non mi riferisco a errori clinici inevitabili né alla complessità intrinseca di certi quadri. Con il termine gaslighting clinico si indica oggi un insieme di pratiche che si verificano quando un professionista della salute si trova di fronte a una sofferenza reale, ma che non conosce, magari perché non ancora pienamente riconosciuta, codificata o inquadrabile all’interno delle categorie diagnostiche tradizionali. In questi casi, non riuscendo a collocare i sintomi in una diagnosi chiara, la tendenza diventa quella di ridimensionarli, reinterpretarli o spostarli altrove, fino a farli ricadere, più o meno esplicitamente, sulla persona che li porta.

Questo fenomeno è ormai ampiamente descritto anche in ambito medico. Pensiamo a condizioni come la fibromialgia, l’endometriosi, la vulvodinia, la sindrome da stanchezza cronica o altre patologie complesse che per anni sono state considerate vaghe quando non apertamente attribuite a fattori emotivi o psicologici aspecifici. Non perché i sintomi non esistessero, ma perché la medicina, in quel momento storico, non disponeva ancora degli strumenti teorici e clinici adeguati per leggerli. Il risultato, per chi ne soffriva, era spesso lo stesso: sentirsi non creduti, non visti, implicitamente responsabili del proprio malessere. Purtroppo accade ancora.

In ambito psicologico accade qualcosa di molto simile, in particolare quando si tratta di riconoscere le conseguenze di una relazione patologica. Quando una sofferenza non rientra facilmente nelle categorie diagnostiche più conosciute, o quando il clinico non ha una formazione specifica su determinati funzionamenti relazionali, il rischio è quello di spostare l’attenzione dal contesto al soggetto, dalla relazione alla personalità, dalla dinamica alla “fragilità” individuale. È in questo passaggio che il gaslighting clinico prende forma: non perché il dolore venga negato apertamente, ma perché viene spiegato in modo che la persona finisca per dubitare della propria esperienza.

Questo è particolarmente frequente quando si parla di relazioni patologiche e legami traumatici. Si tratta di forme di traumatizzazione che, ancora oggi, non godono di un pieno riconoscimento nei principali sistemi diagnostici, e che proprio per questo rischiano di essere lette come ansia, dipendenza, instabilità emotiva o nella cornice di un disturbo di personalità. Ancora una volta, non perché i sintomi che i pazienti portano non siano reali, ma perché spesso manca la lente giusta per interpretarli. Parlo di un fenomeno strutturale che incontro quotidianamente nel mio lavoro: la tendenza di tantissimi clinici a minimizzare, fraintendere o patologizzare i sintomi prodotti da relazioni manipolative e traumatiche, soprattutto quando queste relazioni non vengono riconosciute come tali. E questo avviene non per cattiva fede, ma per limiti teorici, per mancanza di competenze specifiche sul trauma relazionale e per l’utilizzo di strumenti concettuali non adeguati a leggere questo tipo di sofferenza.

Che cos’è il gaslighting medico e perché colpisce in modo particolare chi vive legami traumatici

Il termine gaslighting deriva dal film Gaslight, in cui un uomo manipola la moglie inducendola progressivamente a dubitare della propria percezione della realtà e della propria sanità mentale. Attraverso piccoli atti ripetuti, apparentemente insignificanti ma costanti, la vittima viene portata a pensare che ciò che vede, sente e ricorda non sia affidabile. Nelle relazioni patologiche questo meccanismo è centrale, perché agisce sulla fiducia stessa che la persona ha nei propri strumenti interni di orientamento.

Applicato all’ambito medico e psicologico, il gaslighting assume una forma altrettanto insidiosa, ma ancora più pericolosa. Parliamo di gaslighting medico quando l’esperienza soggettiva del paziente viene progressivamente svuotata di legittimità all’interno del percorso di cura tramite una serie di interventi producono confusione, colpa e perdita di fiducia in sé.

Uno dei primi segnali è l’invalidazione dei sintomi. Accade quando ciò che la persona porta viene minimizzato, normalizzato o ridotto a eccesso emotivo. Chi vive una relazione patologica arriva spesso già profondamente disorientato, e sentirsi dire, anche in modo implicito, che ciò che prova è “troppo”, “esagerato”, o frutto di una sensibilità eccessiva, rafforza esattamente la dinamica di gaslighting che ha vissuto nella relazione.

Un altro elemento ricorrente è la mancanza di ascolto reale. Non parlo dell’assenza formale di attenzione, ma di quella sensazione sottile di non essere davvero seguiti nel racconto, di venire interrotti, riportati su binari già decisi, o ricondotti troppo rapidamente a spiegazioni preconfezionate. Per chi ha faticato a lungo a trovare parole per descrivere una relazione confondente e destabilizzante, questa esperienza è profondamente invalidante.

Il gaslighting medico si manifesta spesso anche attraverso diagnosi sbrigative, formulate prima che il contesto relazionale sia stato realmente esplorato. In questi casi la complessità del vissuto viene compressa in un’etichetta rapida, che trasforma un’esperienza traumatica in una definizione identitaria. La persona non è più qualcuno a cui è successo qualcosa, ma qualcuno che “è fatto così”.

A questo si aggiunge l’attribuzione automatica dei sintomi a cause esclusivamente psicologiche, scollegate dal contesto. Quando il focus resta sulla reazione senza interrogarsi su ciò che l’ha generata, il messaggio implicito è che il problema sia il modo di reagire, non la situazione vissuta. Nelle relazioni patologiche questo equivale a spostare nuovamente la responsabilità sulla vittima.

Infine, un aspetto estremamente frequente è il discredito delle intuizioni del paziente. Chi ha vissuto un legame traumatico ha spesso passato anni a interrogarsi, a cercare spiegazioni, a tentare di capire cosa stesse succedendo. Liquidare le sue riflessioni sulla sua esperienza come “letture su internet” o come eccessiva autoanalisi, senza un reale confronto, significa riaffermare un rapporto di potere che silenzia l’esperienza soggettiva.

Le frasi “ragionevoli” che diventano profondamente dannose

Nel mio lavoro clinico sento riportare, con impressionante regolarità, una serie di frasi che pazienti hanno sentito dire da colleghi e che, se applicate ad un contesto normale, sono certamente del tutto sensate. Frasi come “quella persona ha fatto certamente del suo meglio con i mezzi che aveva”, oppure “non è mai tutto bianco o tutto nero”, o ancora “per sentirti meglio dovresti perdonare”.

Altri pazienti mi raccontano di essersi sentiti dire che se avessero avuto meno insicurezze avrebbero gestito meglio la situazione; oppure “non possiamo sempre pensare che tutti ce l’abbiano con noi,  probabilmente nelle azioni dell’altro non c’era nulla di personale”; o  “semplicemente forse non siete un buon incastro”; o “se quella persona si comporta così è perché sta molto male e merita compassione”; o “in fondo ci sarà stato anche del buono”.

Il punto non è che queste affermazioni siano sempre sbagliate in senso assoluto. In relazioni sane, simmetriche, non manipolative, possono persino aiutare a elaborare un conflitto o una rottura. Il problema è che non sono vere né utili quando la persona è intrappolata in un legame traumatico con una personalità gravemente disturbata.

In questi contesti, introdurre sfumature, relativizzare, invitare alla compassione o al perdono precoce non aiuta a chiarire, ma aumenta la confusione. Sposta ancora una volta il focus dalla dinamica reale alla responsabilità della vittima, rafforza il dubbio interno e rende più difficile distinguere ciò che è accaduto da ciò che si vorrebbe che fosse accaduto. È esattamente questo tipo di ambiguità che mantiene il legame traumatico.

Chi vive queste situazioni non ha bisogno di un clinico che relativizza, che dubita, che oscilla. Chi vive queste dinamiche ha bisogno, come dell’ossigeno, di una figura competente, capace di restare coerente, ferma, convinta, di fare da appiglio stabile contro il caos interno che la relazione ha prodotto. Non di qualcuno che, anche senza volerlo, si fa manipolare a sua volta.

Sintomi da abuso relazionale: coerenti, ma letti fuori contesto

Chi vive per mesi o anni dentro una relazione caratterizzata da manipolazione, sviluppa sintomi che, dal punto di vista clinico, sono perfettamente intelligibili. Iperattivazione costante, confusione cognitiva, difficoltà decisionali, disregolazione emotiva, senso di colpa pervasivo, ipervigilanza, perdita di autostima e di fiducia nelle proprie percezioni non sono sempre segni di fragilità strutturale, ma spesso risposte adattive a un ambiente relazionale imprevedibile e destabilizzante.

Il problema nasce quando questi sintomi vengono osservati senza guardare la dinamica che li ha generati. Quando la reazione viene letta come tratto, la conseguenza come causa, l’effetto come difetto. È in questo spazio che il gaslighting clinico prende forma.

Un esempio emblematico è quello dell’abuso reattivo. Molte persone arrivano in terapia convinte di essere “quelle sbagliate” perché hanno reagito, hanno perso il controllo, hanno detto o fatto cose che non riconoscono come proprie. Se però si ricostruisce con attenzione la dinamica relazionale, emerge quasi sempre una lunga sequenza di provocazioni, svalutazioni, silenzi punitivi, inversioni di colpa.

Diagnosi simili non significano stesso funzionamento

Uno dei punti più delicati riguarda la sovrapposizione apparente tra alcuni sintomi da traumatizzazione relazionale e quelli associati a specifiche categorie diagnostiche. Instabilità emotiva, paura dell’abbandono, oscillazioni intense nelle relazioni possono comparire in quadri di disturbo di personalità, ma somiglianza non significa identità.

Classificare una persona come borderline richiede un lavoro accurato, longitudinale e profondamente contestuale. Eppure, nella pratica clinica, vedo davvero troppo spesso pazienti che arrivano con diagnosi formulate in modo sbrigativo e sulla base dell’intensità del sintomo, senza una reale esplorazione del contesto relazionale in cui quel sintomo si è formato.

La storia di Lidia 

La storia di una mia paziente, Lidia, è uno degli esempi più chiari di ciò che accade quando una persona viene letta esclusivamente attraverso i sintomi che manifesta, perdendo completamente di vista il contesto che li ha generati. Dopo aver lasciato marito e figlio per una relazione vissuta inizialmente come la realizzazione della propria vita, Lidia si è ritrovata progressivamente intrappolata in un legame fatto di abbandoni improvvisi, assenze, silenzi e ambiguità continue.  Durante il trasloco successivo alla separazione, lui la lasciò dalla mattina al pomeriggio e Lidia crollò in modo profondo, al punto da rendere necessario un ricovero in psichiatria.

È in quel momento di massimo collasso, dentro un quadro di sofferenza acuta, che le venne formulata una diagnosi di disturbo borderline di personalità. Da lì in poi, Lidia divenne a tutti gli effetti una “paziente psichiatrica”: la terapia farmacologica aumentò progressivamente fino a comprendere quattro, poi cinque psicofarmaci diversi. Quando l’ho incontrata ho da subito dubitato molto di questa diagnosi, e nel corso del lungo lavoro svolto insieme è emerso con chiarezza che Lidia di fatto non presentava alcun disturbo di personalità. Le sue reazioni emotive, pur essendo davvero intense e disorganizzate, erano strettamente circoscritte al contesto relazionale in cui si trovava e risultavano coerenti con una condizione di grave traumatizzazione relazionale. Al di fuori di quella specifica relazione, infatti, quei sintomi non comparivano né erano mai comparsi in nessuna altra situazione nel corso della sua vita. Una volta ricostruito il nesso tra ciò che stava vivendo e le manifestazioni che venivano trattate come patologia, il focus si è spostato dal “cosa non va in me” al “cosa mi sta succedendo”.

Questo cambio di cornice ha permesso a Lidia, dopo anni di abbandoni subiti e di confusione interiorizzata, di trovare il coraggio di uscire dalla relazione e di interrompere definitivamente il contatto. Oggi Lidia sta bene, e non si considera né viene trattata come una paziente psichiatrica. 

La sua storia merita di essere letta direttamente dalle sue parole, perché racconta meglio di qualunque spiegazione teorica cosa significhi stare così male da perdere completamente l’orientamento, essere definiti attraverso una diagnosi nel momento di massima vulnerabilità, e quanto possa essere trasformativo incontrare uno sguardo clinico capace di distinguere tra struttura e reazione. (Qui puoi leggere la testimonianza di Lidia, scritta pubblicamente da lei in prima persona sotto forma di recensione)

Trauma relazionale e limiti del modello diagnostico attuale

Un altro nodo cruciale riguarda il modo in cui il trauma viene concettualizzato nei principali sistemi diagnostici oggi utilizzati nella pratica clinica. Il disturbo post-traumatico da stress, così come definito nel DSM-5-TR, mantiene una struttura teorica costruita attorno a eventi che implicano l’esposizione a morte reale o a minaccia di morte, una grave lesione o una violenza sessuale. 

Questo impianto, che ha una sua coerenza storica e teorica, presenta tuttavia un limite evidente: lascia ai margini tutte quelle forme di traumatizzazione che non passano attraverso una minaccia di morte in senso stretto, ma che agiscono in modo altrettanto profondo e pervasivo sul sistema nervoso, sull’identità e sulla capacità di regolazione emotiva. Le relazioni patologiche rientrano pienamente in questa zona grigia.

Chi vive per anni in un legame caratterizzato da manipolazione, controllo, gaslighting e imprevedibilità, sviluppa sintomi che, sul piano clinico, sono chiaramente post-traumatici. Iperattivazione, intrusioni cognitive, evitamento, alterazioni dell’umore, difficoltà di concentrazione, senso costante di allarme, perdita di fiducia nel proprio giudizio sono elementi che gli psicologi vediamo quotidianamente nei nostri studi. Eppure, sul piano diagnostico, queste persone spesso non “rientrano” pienamente nei criteri formali del PTSD.

Il risultato è paradossale. Esiste una fascia ampissima di persone profondamente traumatizzate che non trovano una collocazione diagnostica realmente adeguata, perché il modello teorico di riferimento non contempla la specificità del trauma relazionale. 

Quando il legame traumatico viene scambiato per ossessione o dipendenza

Un esempio frequente riguarda le persone con un legame traumatico non risolto, a cui viene diagnosticato un disturbo ossessivo-compulsivo. Il pensiero costante sull’altro, il bisogno di capire, la ruminazione incessante, il controllo mentale del legame vengono letti come ossessioni, mentre in realtà rappresentano tentativi di riordinare un’esperienza profondamente incoerente.

Nel legame traumatico, la mente cerca disperatamente di trovare un senso, di ricostruire una narrazione stabile, di capire cosa è accaduto. Non si tratta di ossessione nel senso classico, ma di una mente che non riesce a chiudere un’esperienza perché quella esperienza è rimasta aperta, ambigua, irrisolta.

Trattare questi sintomi senza riconoscere la natura del legame significa lavorare sul rumore lasciando intatta la ferita.

Questa discrepanza tra realtà clinica e categorie formali crea problemi enormi. Perché quando manca una cornice concettuale chiara, il rischio è quello di ricondurre i sintomi ad altro, spesso alla personalità, spesso a disturbi d’ansia, spesso a quadri ossessivi, perdendo completamente di vista la matrice traumatica.

C’è poi un aspetto ancora più scomodo, ma necessario da nominare, ed è il fatto che, in assenza di una competenza specifica sulle dinamiche manipolatorie, anche il clinico può diventare, senza volerlo, parte della dinamica stessa. Nelle relazioni patologiche non è raro che, dopo fasi di violenza psicologica, svalutazione o controllo, arrivino grandi gesti riparativi, promesse, dichiarazioni intense, cambiamenti improvvisi e apparentemente profondi.

Se questi comportamenti vengono osservati fuori dal loro contesto ciclico, possono risultare sinceri, toccanti, persino convincenti. E se il terapeuta non ha strumenti adeguati per riconoscere i pattern tipici della manipolazione, può iniziare a pensare che “qualcosa forse stia cambiando”, che “questa volta potrebbe essere diverso”, che “forse vale la pena dare un’altra possibilità”. È un passaggio sottile, spesso mosso da buone intenzioni, ma clinicamente molto rischioso.

In alcuni casi, questo slittamento porta a uno degli errori più gravi che possano verificarsi nel lavoro con le relazioni patologiche: la proposta o l’incoraggiamento di una terapia di coppia. Presentata magari come uno spazio neutro di confronto, come un’occasione di chiarimento o come un tentativo “maturo” di lavorare sulla relazione, la terapia di coppia in questi contesti non è solo inefficace, ma potenzialmente dannosa.

Quando una relazione è attraversata da dinamiche manipolatorie, asimmetriche o abusanti, portare la persona in terapia di coppia significa esporla nuovamente, e in modo strutturato, al potere dell’altro. Significa offrire alla persona manipolativa un ulteriore spazio di legittimazione, un nuovo pubblico, un contesto protetto in cui affinare il controllo, ribaltare le responsabilità, presentarsi come parte collaborante e sofferente. In queste situazioni la coppia non è un sistema da riequilibrare, ma un contesto da cui proteggere la persona più vulnerabile.

Eppure, nella pratica clinica, vedo ancora troppe persone arrivare da me dopo essere state invitate a “lavorare sulla relazione”, a “comunicare meglio”, a “fare la loro parte”, quando ciò che stavano vivendo non era un problema di comunicazione, ma una dinamica di potere. Questo tipo di intervento, anche quando nasce da una lettura ingenua e non da malafede, finisce per rafforzare il legame traumatico, perché conferma l’idea che la soluzione sia ancora lì, dentro la relazione stessa.

In questo modo, anche in totale buona fede, il terapeuta rischia di incoraggiare il mantenimento del legame traumatico. Non perché lo voglia, ma perché non dispone della chiave di lettura necessaria per decodificare ciò che sta accadendo davvero.

Aiutare una persona a salvarsi da una relazione patologica richiede la capacità di leggere la dinamica nel suo insieme, di riconoscerne i cicli ripetitivi, di distinguere il cambiamento reale da quello performativo, e soprattutto di sapere quando la relazione non è il luogo della cura, ma il luogo del danno. Senza questa competenza, il rischio non è solo quello di non aiutare, ma di fare più male che bene, proprio nel momento in cui la persona sta cercando di capire se fidarsi ancora o iniziare a proteggersi.

Screditare i pazienti  

Voglio raccontare qui un’esperienza da me vissuta. Durante uno dei miei tirocini, svolto in un centro specializzato nel trattamento della cosiddetta dipendenza affettiva, mi trovai ad assistere a una seduta di gruppo che ricordo ancora con estrema nitidezza. Una ragazza raccontava episodi riguardanti il suo ex che apparivano chiaramente riconducibili a comportamenti di stalking: appostamenti, controlli ripetuti, intrusioni nella sua vita privata, una costante sensazione di essere osservata e inseguita. Il suo racconto era lucido, dettagliato, coerente. Non c’era confusione, non c’erano contraddizioni, non c’era quella frammentazione tipica dei vissuti deliranti. C’era paura. E c’era un tentativo, faticoso ma preciso, di dare un senso a ciò che stava vivendo.

Nelle discussioni cliniche successive, tuttavia, quelle stesse esperienze vennero rilette dalle psicologhe che conducevano il gruppo come possibili manifestazioni di paranoia. Ricordo con grande chiarezza il senso di sgomento che provai in quel momento. In quelle considerazioni mancavano non solo empatia ed ascolto reale, ma chiaramente qualcosa di più profondo: la lente giusta. La chiave interpretativa capace di distinguere tra un vissuto psicotico e una reale esperienza di violazione dei confini. In quel passaggio compresi con forza quanto una lettura teorica inadeguata possa trasformare una richiesta di protezione in un sospetto sulla sanità mentale di chi la formula.

Col tempo ho capito che quello non era un episodio isolato, ma un esempio emblematico di ciò che accade quando il trauma relazionale non viene riconosciuto come tale. Situazioni simili si ripetono molto più spesso di quanto si pensi. Se non si conoscono a fondo queste dinamiche, il rischio non è solo quello di non aiutare, ma di produrre ulteriore confusione, di spostare il focus dal contesto alla persona, e di replicare, inconsapevolmente, lo stesso meccanismo di invalidazione che quella persona ha già vissuto nella relazione.

È per questo che, nel mio lavoro, resto profondamente convinta di una cosa: restituire realtà è il primo atto terapeutico. Molte persone arrivano da me dopo aver consultato altri professionisti portando addosso etichette o spiegazioni molto patologizzanti. “Sono dipendente affettiva”, “sono troppo insicuro”, “ho un problema di gelosia o di ossessione”. Spesso queste definizioni non hanno portato sollievo, né chiarezza, né orientamento. Al contrario, hanno aumentato il senso di colpa e la percezione di essere sbagliati.

Quando una spiegazione clinica è valida, la persona lo sente. Non perché sia rassicurante, ma perché è coerente. Perché mette ordine. Perché restituisce dignità all’esperienza. Una diagnosi, un’etichetta, un inquadramento teorico dovrebbero fare esattamente questo: aiutare a capire cosa sta succedendo, non a sentirsi difettosi. Se una definizione non porta maggiore chiarezza, se non allevia la confusione interna, se non restituisce un senso di continuità tra ciò che si è vissuto e ciò che si prova, allora è legittimo metterla in discussione.

Lo dico spesso alle persone che seguo: quando si tratta della tua vita, nessun esperto sarà mai più esperto di te. Il compito dello psicologo non è imporre una lettura dall’alto, ma trovare la chiave che spieghi i sintomi in modo tale da restituire comprensione, orientamento e un senso profondo di dignità. Non patologizzare ciò che è, prima di tutto, una risposta umana a una situazione disumana.

Etichette come “dipendenza affettiva”, oggi sempre più diffuse, rischiano spesso di fare l’esatto opposto di ciò che promettono. Trasformano una dinamica relazionale complessa in una caratteristica personale, spostano l’attenzione dalla relazione al soggetto, e finiscono per rafforzare l’idea che il problema sia “come sei fatto”, anziché “cosa stai vivendo”. In molti casi, questo non libera, ma intrappola.

Per questo è fondamentale rivolgersi a professionisti che abbiano una reale competenza sulle relazioni patologiche e sui legami traumatici, ma soprattutto che abbiano l’umiltà di mettere in discussione le proprie convinzioni, di rivedere le lenti interpretative, di restare fedeli alla realtà del paziente anche quando è scomoda o complessa. E di continuare a formarsi. Perché la vera cura non è aggiungere un’altra etichetta, ma restituire una verità che liberi e permetta di muoversi nella direzione giusta.

Il potere curativo di sentirsi (davero) visti e creduti 

Se stai leggendo queste righe e senti che qualcosa, finalmente, ti sta parlando da vicino, ascoltami: quello che hai vissuto è reale. Non è una tua impressione, non è una fragilità di carattere, non è una distorsione della tua sensibilità. Ha avuto un impatto su di te perché è accaduto davvero, perché ha avuto un peso, perché ha lasciato segni comprensibili su una psiche che stava cercando di adattarsi, di sopravvivere, di dare un senso a qualcosa di profondamente destabilizzante.

Molte delle persone che incontro per la prima volta arrivano da me con una storia simile: anni passati a spiegarsi, a giustificarsi, a chiedersi se stessero esagerando, se il problema fosse “come sono fatte”, se avessero semplicemente amato troppo o nel modo sbagliato. Spesso hanno già ricevuto spiegazioni, etichette, interpretazioni che non hanno portato sollievo, ma solo ulteriore confusione. E quasi sempre, nel momento in cui mi sentono nominare finalmente ciò che hanno vissuto per quello che è, accade qualcosa di molto semplice e molto potente: si rilassano. Non perché il dolore sparisca, ma perché smette di essere incomprensibile. Perché non sono più sole a portarlo.

In quel momento emerge spesso un sollievo profondo, a volte persino fisico. È il sollievo di chi si sente creduto, di chi non deve più difendere la propria versione dei fatti, di chi smette di interrogarsi continuamente sulla legittimità delle proprie emozioni. Questo passaggio, troppo spesso sottovalutato, è in realtà uno dei momenti più importanti del processo di cura. Prima ancora di “lavorare su di sé”, prima di cambiare, prima di elaborare, è necessario ritrovare un terreno di realtà condivisa.

Quando l’esperienza viene riconosciuta, quando viene letta con la lente giusta, la persona non si sente più sbagliata. Può iniziare a distinguere ciò che le appartiene da ciò che le è stato fatto, ciò che è una sua vulnerabilità da ciò che è stata una risposta a una situazione disfunzionale. Da lì in poi, il lavoro terapeutico diventa possibile, perché non è più un tentativo di correggersi, ma un percorso di comprensione e di restituzione di dignità.

Se questo articolo ti ha dato anche solo per un attimo la sensazione di essere stata capita, se ti sei riconosciuto in queste dinamiche, se hai sentito che le parole utilizzate descrivono qualcosa che hai vissuto sulla tua pelle, sappi che ciò che hai attraversato merita uno sguardo competente e rispettoso. Trovare qualcuno che sappia vedere, comprendere e nominare la tua esperienza non è un dettaglio: spesso è il primo vero passo verso la guarigione.