Carolina Bertolaso Psicologa

Il tradimento nei legami con personalità narcisistiche e psicopatiche

Triangoli extraconiugali che durano nel tempo: il tradimento nei legami con personalità narcisistiche e psicopatiche

Ci sono persone che arrivano in terapia dopo anni di consapevolezza, di letture, di analisi, di tentativi onesti di capire e di chiudere una storia, e che portano addosso un paradosso che non si scioglie con nessuna spiegazione standard: hanno compreso quasi tutto, hanno riconosciuto i pattern, hanno dato un nome alle dinamiche, hanno perfino ricostruito pezzi importanti della loro vita, eppure restano incastrate in un punto che non cede, perché non riguarda più la relazione in sé, ma riguarda l’immagine di sé dopo ciò che è accaduto.

È lì che la consapevolezza smette di essere liberatoria e diventa dolorosamente insufficiente. Perché puoi capire le tecniche manipolative, puoi individuare i meccanismi di ricattura, puoi riconoscere la dipendenza dal rinforzo intermittente, ma se dentro ti resta quella frase muta e implacabile – io non ero questa persona – allora non stai più lavorando solo su un legame, stai lavorando su una frattura identitaria.

Questo articolo nasce esattamente da lì. Dal bisogno di parlare di un tema come il tradimento, nominando ciò che, nei discorsi pubblici resta solitamente taciuto: che esiste una specifica classe di relazioni extraconiugali, quelle che durano nel tempo e si strutturano come triangoli cronici, che non può essere compresa senza entrare nel funzionamento interno della personalità disturbata e senza riconoscere il tipo di trauma che produce in chi viene coinvolto.

 

Nel mio lavoro con le relazioni patologiche, abuso narcisistico, legami traumatici e trauma relazionale, mi sono fatta un’idea chiara, netta: quando una relazione extraconiugale si mantiene nel tempo, quando non evolve mai in una scelta reale e vive di sospensione, rinvio, segretezza e ambiguità, nella mia esperienza clinica è quasi sempre presente almeno una persona con un funzionamento di personalità disturbato, spesso con tratti narcisistici o psicopatici, che utilizza il triangolo come dispositivo di potere e regolazione interna.

E prima che questa tesi venga deformata nel modo più facile, lo dico subito con la stessa chiarezza con cui lo dico nella stanza di terapia: non sto facendo apologia del tradimento, non sto scagionando chi tradisce, non sto costruendo un alibi morale. La responsabilità personale esiste, ed è centrale, e con i miei pazienti si lavora proprio su questo: su ciò che si è scelto, su ciò che non si è scelto, su ciò che si è tollerato, sul proprio punto cieco, sul proprio bisogno, sul proprio modo di tradirsi o tradire. Ma proprio perché la responsabilità mi interessa davvero, mi interessa anche un’altra parte, quella che viene quasi sempre schiacciata dal giudizio: che nell’incontro con una personalità disturbata entrano in gioco meccanismi specifici che spostano, disorganizzano e frammentano l’identità morale dell’altro fino a renderlo irriconoscibile a se stesso, e poi lo condannano a anni di disgusto e odio di sé.

Io parlo di quelle persone. Non di chi tradisce senza risonanza emotiva. Non di chi entra in una coppia altrui senza conflitto interno. Non di chi vive il triangolo come un gioco. Parlo di persone realmente integre che, dopo aver attraversato queste dinamiche, passano anche decadi a cercare di tornare a potersi guardare allo specchio senza sentire di dover abbassare gli occhi.

Perché non tutte le relazioni extraconiugali sono clinicamente sovrapponibili

Dal punto di vista clinico, dire “relazione extraconiugale” non significa nulla se non si specifica come quella relazione nasce, come si mantiene e quale danno produce sulla struttura psichica della persona coinvolta. Esistono relazioni extraconiugali che si collocano come evento terminale di una coppia già emotivamente conclusa, in cui la separazione è imminente o simbolicamente già avvenuta, e in cui il dolore, pur intenso, non produce una disgregazione identitaria.

Le relazioni di cui parlo qui sono altre. Sono quelle che non portano mai a una scelta reale, che non conducono a un cambiamento concreto della vita, che restano sospese e che proprio grazie alla sospensione continuano. Relazioni che si reggono su rinvii, promesse vaghe, giustificazioni reiterate, colpevolizzazioni sottili, momenti di intensa fusione emotiva alternati a sparizioni e silenzi. Relazioni che non evolvono perché non devono evolvere, perché la loro funzione non è costruire un legame, ma costruire un assetto di controllo.

Questo assetto è il triangolo.

Chi arriva in terapia: non chi tiene il potere, ma chi lo perde

Le persone che arrivano nel mio studio non sono quelle che costruiscono il triangolo per mantenerne il controllo. Le persone che seguo sono quasi sempre dalla parte di chi viene risucchiato, di chi viene destabilizzato, di chi perde assetto.

Seguo persone single che entrano in relazione con una persona sposata o impegnata che non ha alcuna reale intenzione di separarsi. Persone che non avevano mai immaginato di diventare amanti, che non avevano mai concepito l’idea di vivere nell’ombra o di inserirsi in una coppia stabile, che arrivano a farlo, fra tanti motivi, perché vengono lentamente coinvolte in una narrazione seduttiva totalmente credibile, carica di senso e promessa.

Seguo persone sposate e fedeli che non cercano una relazione extraconiugale, ma che si ritrovano oggetto di una seduzione insistente, penetrante, a volte durissima da respingere, portata avanti da una personalità disturbata che si inserisce nella coppia come fattore di disorganizzazione. Persone che hanno una storia di coerenza, responsabilità e fedeltà, e che proprio per questo risultano vulnerabili a chi sa lavorare sui punti profondi: bisogno di significato, fame di essere visti, senso di responsabilità, capacità di contenere.

In entrambi i casi, ciò che accomuna queste persone non è la mancanza di valori, ma il contrario: una struttura morale ed empatica che viene sfruttata e poi frantumata.

Il triangolo patologico: struttura, non errore

Il triangolo, in questi casi, non è un passaggio. È un assetto funzionale al funzionamento interno della persona disturbata. La presenza simultanea di più legami consente di evitare intimità reale e reciprocità, di non esporsi mai fino in fondo, di mantenere controllo costante e un livello di attivazione emotiva che “regola” il proprio vuoto interno.

La relazione ufficiale spesso garantisce stabilità, immagine, continuità. La relazione extraconiugale garantisce idealizzazione, nutrimento narcisistico, controllo, e soprattutto una forma di potere invisibile: quello di tenere l’altro in attesa, in competizione, in perenne negoziazione della propria dignità.

Il furto dell’integrità: non una metafora ma un fenomeno clinico specifico

Ho dato questo nome ad un fenomeno clinico specifico che osservo con grande regolarità nelle relazioni patologiche: il processo attraverso cui una persona disturbata sottrae progressivamente all’altro il senso di coerenza interna, portandolo ad agire in modo sempre più distante dai propri valori e dalla propria natura, fino a creare una frattura identitaria che diventa il nucleo del trauma.

Il furto dell’integrità è graduale. Avviene per piccoli spostamenti. Se ti chiedessero subito di tradire ciò che sei, diresti no. Ma se ti fanno fare un passo piccolo, poi un altro, e ogni passo viene accompagnato da una narrazione che lo rende temporaneo, inevitabile, giustificato, allora a un certo punto ti ritrovi dall’altra parte senza sapere quando hai attraversato la linea.

In questo processo si incastrano dissonanze, collassi, perdite di assetto. La persona sa che ciò che sta vivendo non è sano, ma sente che interrompere significherebbe un fallimento e un grande dolore. È una disorganizzazione profonda.

Quando la sofferenza non è legittimata: stigma sociale e gerarchia del dolore

Questo tipo di trauma è particolarmente difficile da elaborare, perché non trova facilmente legittimazione sociale. Spesso chi lo vive si sente non solo ferito, ma anche indegno di soffrire. Ed è qui che il dolore si cronicizza.

Lo stigma sociale non è un dettaglio. È uno dei principali fattori di mantenimento del trauma, perché impedisce la narrazione, impedisce la richiesta di aiuto, impedisce la riparazione simbolica. La società costruisce una gerarchia della sofferenza: alcune ferite vengono riconosciute e validate, altre vengono punite. Nei triangoli extraconiugali, la sofferenza viene quasi sempre punita.

Chi è stata o stato “l’amante” viene ridotto a un ruolo archetipico. Non sei più una persona che ha vissuto una relazione complessa, sei una figura stigmatizzata: la tentatrice, il predatore, la rovina-famiglie, il disperato che “si accontenta”, la manipolatrice, la mantenuta. È un modo per disumanizzare e semplificare. Serve a proteggere un ordine morale: se ti riduco a personaggio, non devo accettare che tu possa aver sofferto davvero, né che tu possa essere stata manipolata, né che tu possa essere stata una persona integra risucchiata in una dinamica che non aveva previsto. Soprattutto, non devo accettare che la stessa cosa possa capitare anche a me.

Chi, da sposato, ha avuto una relazione extraconiugale viene colpito da un giudizio ancora più totalizzante: qui non si condanna solo l’atto, si condanna l’essenza. “Sei una persona falsa”, “sei un traditore”, “sei una bugiarda”. È un attacco identitario, spesso irreversibile nel modo in cui viene interiorizzato. Perché quando il giudizio sociale coincide con il giudizio interno, la persona smette di cercare riparazione e inizia a cercare punizione.

Da dove nasce questo giudizio? Nasce dal bisogno collettivo di credere che il mondo sia controllabile. Se chi subisce un triangolo patologico viene visto come “colpevole” o “stupido”, allora chi osserva si sente al sicuro: “A me non potrebbe capitare, perché io non farei mai una cosa del genere”. È un meccanismo difensivo, un modo di proteggersi dall’angoscia che certe dinamiche possano attraversare chiunque.

Lo stigma si manifesta in frasi apparentemente banali che però sono violenza psicologica: “Te la sei cercata”, “Che ti aspettavi?”, “Non fare la vittima”, “Se sei entrata in una coppia, sei complice”, “Se hai tradito, meriti tutto”. E si manifesta anche in scene più sottili e quotidiane: l’amica che cambia tono quando racconti, il familiare che evita di chiedere come stai, il collega che ti guarda come se avessi perso valore, il terapeuta inesperto che ti liquida con una lezione morale, come se bastasse la colpa a spiegare tutto.

E poi c’è un passaggio clinicamente centrale: lo stigma diventa arma nelle mani della personalità patologica. Perché se tu sai che il mondo ti giudicherà, non parlerai. E se non parli, la dinamica può continuare. La segretezza non è solo una conseguenza del triangolo, è spesso il suo motore.

Responsabilità personale e manipolazione: due piani che devono convivere

Chiunque scelga di tradire o di entrare in una relazione con una persona sposata ha la sua parte, importantissima, di responsabilità. È vero, ed è innegabile. Allo stesso tempo, quando nel triangolo c’è una personalità narcisistica o psicopatica, entra in gioco qualcosa che sposta il piano: non è più solo un comportamento scorretto, è un processo di disorganizzazione e perdita di assetto identitario che porta persone integre a diventare irriconoscibili, e poi le condanna a un odio di sé che dura anni.

Le persone di cui parlo non entrano in un triangolo dicendo con leggerezza e ne escono dicendo “mi faccio schifo”. Non è senso di colpa, è contaminazione morale. È la sensazione che la propria storia sia stata macchiata, che la propria identità sia stata tradita dall’interno.

Questo è trauma morale. E il trauma morale è un dolore che non cerca solo consolazione: cerca senso, riparazione, ricostruzione dell’integrità.

Triangolo 1: una persona sposata e fedele risucchiata in una relazione extraconiugale patologica

Questo è uno degli scenari più devastanti, proprio perché la persona risucchiata non ha nella propria storia alcuna familiarità con il tradimento. Spesso è una persona che ha vissuto la fedeltà come scelta identitaria, non come semplice regola sociale. Anche quando il desiderio nel matrimonio si è affievolito, restano affetto, stima, cura, alleanza, responsabilità. Non è una persona “in cerca”. È una persona che spesso, se potesse scegliere, sceglierebbe di non complicare la propria vita.

Il ruolo della personalità patologica qui è quello di un investitore. Non seduce in modo impulsivo: seduce con persistenza. Costruisce un clima. Crea un’identità relazionale. Non propone immediatamente un atto, propone un senso. E più integra è la persona, più la conquista è gratificante, perché il vero piacere non è l’amore, è la trasformazione dell’altro.

In questi casi, si osservano corteggiamenti che durano mesi o anni. Corteggiamenti credibili, coerenti, pieni di attenzioni che sembrano incompatibili con l’idea di “usare” qualcuno. E infatti la vittima del furto dell’integrità arriva inevitabilmente a farsi quella domanda: se non gli importassi davvero, perché tutto questo impegno? Questa domanda è uno dei cardini della manipolazione, perché la costanza viene usata come prova d’amore, quando invece è spesso prova di investimento narcisistico.

La dinamica interna si muove su più livelli. Il primo è la costruzione di un’intimità emotiva precoce: confidenze calibrate, vulnerabilità esibita, condivisioni che producono l’illusione di un legame speciale. Il secondo è lo spostamento morale: la relazione viene definita non come tradimento, ma come “verità”, come “destino”, come “incontro inevitabile”.

La storia di Fabrizia 

Fabrizia è una donna sposata da molti anni, con un matrimonio non passionale ma stabile. Inizia a essere avvicinata da una persona che lavora nello stesso contesto. Non c’è seduzione esplicita all’inizio. C’è attenzione. C’è uno sguardo che sembra “vedere”. C’è una presenza costante che non invade ma accompagna. Per mesi, niente accade, e proprio questo aumenta la credibilità della narrazione: non sembra un predatore, sembra una persona paziente e “seria”. Quando finalmente introduce il tema, lo fa in modo quasi spirituale: non parla di sesso, parla di connessione. E lei, che non si sentiva più vista da tempo, inizia a sentire che quella connessione è rara.

Quando lei si spaventa e prova a ridurre i contatti, l’altro non la lascia andare. Le dice che con lei ha riscoperto la vita. Le dice che senza di lei torna nel vuoto. Le dice che non sta chiedendo nulla, ma che non riesce a fingere. Lei prova a resistere, ma resistere significa diventare “quella che abbandona”. E dentro di lei si attiva una parte antica: la parte responsabile, la parte che non vuole essere cattiva, la parte che non vuole ferire. Così resta.

Quando cede, non è un atto liberatorio. È uno strappo interno. Da quel momento in poi, lei vive una doppia vita non perché sia eccitante, ma perché è ormai incastrata. Il matrimonio, che prima era casa, diventa colpa. La relazione extraconiugale, che dovrebbe essere amore, diventa ansia. E l’altro, dopo aver ottenuto la caduta dell’integrità, cambia lentamente tono: diventa meno costante, più ambiguo, più intermittente. Lei entra in un ciclo in cui si colpevolizza e cerca di meritare di nuovo l’attenzione che prima riceveva gratuitamente. E quando, dopo mesi, prova a interrompere, lui la ricattura con un messaggio preciso, calibrato, quasi poetico, che riattiva la credenza originaria: “Noi siamo diversi, tu lo sai”. Lei cede di nuovo.

Quando la dinamica si rompe, lei non si ritrova libera. Si ritrova senza nulla. Un matrimonio incrinato, una relazione extraconiugale che evapora, e soprattutto una percezione di sé devastata: “Mi sono rovinata da sola”. E questa frase è il cuore del trauma, perché cancella il processo e lascia solo la colpa. Il lavoro terapeutico, qui, è rimettere il processo al centro senza negare la responsabilità, perché solo così la persona può smettere di punirsi e iniziare a riparare.

Triangolo 2: una persona patologica sposata che intrappola una o più persone nel ciclo infinito dell’attesa

Qui il triangolo non nasce da una crisi. Nasce da una strategia relazionale. La persona sposata con funzionamento disturbato costruisce relazioni parallele promettendo futuro e alimentando speranza, e usa la promessa come sedativo: non ti dà ciò che chiedi, ma ti dà abbastanza per continuare ad aspettare.

La struttura è quasi sempre la stessa: “Io ti sceglierei, ma…” e quel “ma” diventa un pozzo infinito. Figli, mutui, fragilità del partner ufficiale, tempi, lavoro, salute, qualsiasi cosa può diventare giustificazione, perché la giustificazione non serve a spiegare, serve a mantenere. E la vittima dell’attesa, spesso persona integra e profondamente responsabile, si ritrova a vivere come se la propria vita fosse una sala d’aspetto.

Qui il furto dell’integrità avviene innanzitutto sul sul piano morale ed emotivo. La persona che entra in relazione con qualcuno di sposato non lo fa con leggerezza, né senza un profondo conflitto interno. All’inizio prova disagio, resistenza, repulsione per l’idea stessa di inserirsi in una relazione matrimoniale. Sente che sta attraversando un confine che non le appartiene, che quella posizione non la rappresenta, che c’è qualcosa di profondamente dissonante tra ciò che sta vivendo e ciò che è sempre stata.

È proprio su questo conflitto che la manipolazione si innesta. La personalità disturbata non chiede mai esplicitamente di “fare l’amante”. Lavora invece per destrutturare progressivamente il significato morale dell’atto, riscrivendolo. La relazione ufficiale viene descritta come vuota, finta, puramente formale. Il partner viene dipinto come freddo, cattivo, impossibile, abusante, infedele a sua volta, oppure come qualcuno con cui esisterebbe un accordo implicito o esplicito, una sorta di patto non detto che svuota il tradimento della sua gravità.

Alla persona coinvolta viene lentamente instillata un’idea pericolosa: che non solo quella relazione non sia così sbagliata, ma che sia in qualche modo comprensibile, giustificabile, perfino “più onesta” di un matrimonio descritto come ipocrita. Il tradimento viene ridefinito come conseguenza inevitabile di una situazione già compromessa, come risposta a un’ingiustizia subita, come ricerca di verità emotiva. In questo modo, il conflitto morale iniziale non viene affrontato, ma anestetizzato.

La persona inizia così a fare qualcosa che, fino a poco prima, sentiva come inaccettabile, dicendosi che “in fondo” non è davvero un tradimento, che la moglie o il marito “non sono davvero partner”, che quella relazione è già finita, che non si sta facendo male a nessuno, o che il male è già stato fatto da altri. Ogni passaggio riduce la dissonanza, ma aumenta la frattura interna. Perché, a livello profondo, la persona continua a sapere che quello che sta vivendo non la rappresenta.

È in questo slittamento che il furto dell’integrità diventa pienamente operativo. La persona non rinuncia solo a opportunità o alternative future: rinuncia a un pezzo del proprio sistema di valori, e lo fa credendo di avere una buona ragione. Quando, più avanti, la narrazione manipolatoria crolla e diventa evidente che il matrimonio non era così “morto”, che non c’erano accordi, che le promesse erano strumenti e non verità, il dolore che emerge non è solo per l’altro, ma per sé: per essersi lasciata convincere che ciò che sentiva come sbagliato potesse diventare accettabile.

Ed è qui che il trauma si incista. Perché ammettere che quella narrazione era una costruzione significa affrontare non solo la perdita dell’altro, ma anche la perdita dell’immagine di sé come persona coerente, integra, capace di fidarsi del proprio sentire morale. È questo doppio crollo – affettivo e identitario – che rende queste esperienze così difficili da elaborare e che, spesso, lascia dietro di sé anni di vergogna e di auto-disprezzo.

La storia di Giuliana 

Giuliana ha trentaquattro anni, è una donna single, autonoma, con una storia affettiva in cui non compaiono triangoli, doppie vite o compromessi morali. Quando entra in relazione con un uomo sposato non lo fa con leggerezza, né con la fantasia di “rubare” qualcuno a qualcun altro. Al contrario, l’idea stessa di inserirsi in una relazione matrimoniale le provoca un disagio immediato e profondo, che tenta inizialmente di contenere mettendo distanza, razionalizzando, provando a riportare il legame su un piano che non la tradisca.

L’uomo con cui entra in contatto, però, un dirigente di 12 anni più grande di lei, non si presenta come qualcuno che chiede una trasgressione. Si presenta come una persona intrappolata. Racconta un matrimonio che descrive come emotivamente finito da tempo, svuotato di qualunque significato affettivo, mantenuto in piedi solo per dovere, per responsabilità, per inerzia. La moglie non viene dipinta come una partner reale, ma come una figura contrattuale, un ruolo burocratico, qualcuno con cui esisterebbe ormai solo una gestione pratica della vita. Questo passaggio è cruciale, perché consente fin dall’inizio di separare il vincolo formale dalla realtà emotiva, spostando il conflitto morale su un terreno ambiguo.

All’inizio non le chiede segretezza totale. La costruisce progressivamente come una necessità esterna, come un sacrificio temporaneo imposto dalle circostanze. Le dice che non vuole rovinarle la vita, che non vuole farla soffrire, che comprende il suo conflitto e lo rispetta. Ogni frase è calibrata per apparire etica, rispettosa, quasi protettiva. In realtà, questo linguaggio non serve a tutelarla, ma a neutralizzare il suo senso critico: se lui sembra così attento al suo benessere, allora non può essere una persona che la sta usando.

Giuliana entra nella relazione con un conflitto interno costante. Sa che quella posizione non la rappresenta, sente che c’è qualcosa che stona con il suo modo di essere, ma ogni volta che prova a nominare questo disagio, l’uomo lo rielabora per lei. Non nega il problema, lo riformula. Le dice che ciò che stanno vivendo non è un tradimento, ma un incontro autentico in una situazione già compromessa. Le dice che la moglie è fredda, distante, impossibile, che a volte lo umilia o lo tradisce a sua volta. Le dice, esplicitamente o implicitamente, che il vero torto sarebbe rinunciare a un legame così “vero” per rispettare una struttura vuota. In questo modo, il conflitto morale iniziale non viene risolto, ma anestetizzato.

Quando Giuliana, a un certo punto, chiede una scelta, l’uomo non la rifiuta mai apertamente. Sarebbe troppo destabilizzante. La rimanda. E ogni rimando è accompagnato da un gesto emotivo potente e apparentemente risolutivo: una notte di intensità assoluta, un viaggio che sembra una prova di futuro, un regalo carico di significato simbolico, una frase definitiva pronunciata nel momento giusto. Non abbastanza da chiudere davvero, ma abbastanza da riattivare la speranza. Il messaggio implicito è sempre lo stesso: non ora, ma presto; non ancora, ma ci siamo.

Giuliana comincia a vivere in uno stato di oscillazione continua. Da un lato c’è la lucidità, la consapevolezza che quella relazione non ha uno spazio reale, che nulla nella sua vita si sta concretamente muovendo. Dall’altro c’è la speranza, alimentata da segnali che sembrano confermare l’eccezionalità del legame. A questo si aggiunge una vergogna crescente, perché più tempo passa, più le sembra di essere diventata una persona che non riconosce. Ogni volta che prova ad allontanarsi, l’uomo percepisce il rischio e mette in atto quella che, clinicamente, è una ricattura: improvvisamente fa “un passo”. Dice che ha parlato con la moglie, che sta cercando casa, che dopo le feste sarà diverso. Non importa se queste affermazioni siano vere o meno: la loro funzione non è realizzare un cambiamento, ma impedire la separazione.

Passano gli anni. La vita di Giuliana si restringe progressivamente attorno a quella relazione. Non può raccontare, perché teme il giudizio. Non può chiedere, perché sente di non avere titolo. Non può pretendere, perché ogni richiesta le viene restituita come pressione indebita. Il legame, che all’inizio sembrava darle senso, diventa una gabbia silenziosa. Quando arriva al punto di collasso, quando non ce la fa più e dice basta, non trova una liberazione, ma un’ulteriore trappola: l’uomo attiva la ricattura più potente, quella che non aveva mai usato fino in fondo, la promessa finalmente concreta.

È in questo momento che molte persone cedono di nuovo. Non perché siano ingenue, ma perché quella promessa arriva nel momento di massimo esaurimento psichico, quando la capacità di reggere la perdita è minima. La promessa diventa ossigeno. Diventa l’unica cosa che sembra impedire il crollo totale. Giuliana resta ancora, e questo ulteriore restare diventa, per lei, una fonte di auto-disprezzo feroce.

Quando finalmente comprende che non arriverà nulla, il dolore che prova non è solo per l’uomo. È un dolore devastante per se stessa. È un lutto per la propria dignità, per il rispetto di sé, per l’immagine di sé come donna integra. Emergono pensieri brutali: “Ho buttato la mia vita”, “Mi sono fatta usare”, “Mi merito tutto”. Non è solo senso di colpa, è contaminazione identitaria.

È qui che il lavoro terapeutico deve essere estremamente lucido. Non consolatorio, non moralistico. Riparativo. Perché il nodo non è convincere Giuliana che non ha responsabilità, ma aiutarla a vedere il processo manipolativo che ha progressivamente disattivato il suo senso morale, permettendole di ricostruire un’immagine di sé che non sia fondata sull’odio e sulla punizione, ma su una comprensione profonda e rigorosa di ciò che è accaduto.

Triangolo 3: una relazione a tre esplicita, con due figli, due partner consapevoli e competizione per il primato

In questo scenario, la triangolazione è esplicita. Non c’è segreto nel senso classico. C’è un sistema di gerarchie e competizione. Una persona mantiene due relazioni parallele, ha due figli da due partner diverse, non si sposa, non chiude, non sceglie, e lascia che entrambe sappiano dell’esistenza dell’altra persona. A quel punto, la dinamica si sposta: non è più solo dolore, è rivalità.

La persona che triangola ottiene gratificazione dalla competizione. Se lottano per me, io valgo. Se tollerano pur di non perdermi, io ho potere. Se accettano condizioni degradanti, io posso spingermi oltre. È una dinamica in cui il primato diventa merce: chi è la prima? chi conta di più? chi ha più accesso? chi viene chiamato per primo, chi ottiene più promesse, più attenzioni, più tempo?

I partner o le partner partner vivono una disorganizzazione costante, perché la competizione erode la loro identità. Persone che si percepivano adulte, autonome, dignitose, si ritrovano a controllare, confrontare, spiare, negoziare il proprio valore. E spesso lo fanno dicendosi che è temporaneo, che è per il bene dei figli, che lui o lei  prima o poi sceglierà. Ma in realtà il sistema funziona proprio perché quella persona non sceglie, non ha mai avuto l’intenzione di farlo.

La storia di Anita e Ginevra 

Due donne con figli piccoli, entrambe consapevoli dell’altra, entrambe convinte di essere “la principale”. La convinzione non nasce dal nulla: lui alimenta narrazioni diverse per ciascuna. A una dice che l’altra è instabile, che lui resta per senso di colpa. All’altra dice che la prima è fredda, che con lei è solo gestione. A entrambe dà segnali che possono essere interpretati come prova di primato: una vacanza, una promessa, una presenza al compleanno, un gesto di gelosia. Ogni gesto è ambiguo, e l’ambiguità è il carburante.

Le donne, nel tempo, non lottano più solo per lui. Lottano per non perdere se stesse. Perché se ammettono che lui non sceglierà, devono ammettere che hanno accettato l’inaccettabile. E allora, per non affrontare quel collasso morale, continuano a investire, a competere, a giustificare. Il furto dell’integrità, qui, avviene attraverso la rivalità: il legame le trasforma in persone che non riconoscono, e questo produce vergogna profonda.

Perché dopo ci si odia: dalla colpa alla contaminazione

Quando una persona integra attraversa un furto dell’integrità, spesso la parte più difficile non è chiudere il legame, ma ricostruire la dignità. Perché la persona non sente solo di aver fatto qualcosa di sbagliato. Sente di essere diventata qualcosa di sbagliato.

Qui lo stigma sociale si fonde con la parte interna punitiva e crea un tribunale permanente. La persona non cerca più riparazione, cerca condanna. 

Questo articolo non è un’assoluzione e non è una predica. È un tentativo di nominare, con rigore clinico, un fenomeno che vedo continuamente: persone integre che nell’incontro con una personalità disturbata vengono lentamente disorganizzate, portate a venir meno a se stesse, e poi si odiano per anni come se tutto fosse spiegabile solo con una colpa morale.

Non lo è. Non solo.

Se il punto più duro della tua storia non è l’altro, ma il disprezzo che provi per te stessa o te stesso, è lì che va lavorato. Non per cancellare, ma per riparare. Non per giustificare, ma per ricostruire integrità.

Se vuoi lavorare su questo, scrivimi. Posso aiutarti a riconoscere il punto in cui la colpa smette di essere utile e diventa trauma, e il punto in cui l’integrità può essere ricostruita senza negare nulla.